Trattate la macchina che vi è stata affidata con amore
O delle piattaforme social come un altoforno
A un certo punto della mia adolescenza ho scoperto che un altoforno, una volta acceso, non viene mai spento. Il fatto che l’abbia scoperto guardando un film preciso mi permette anche di collocare l’anno della scoperta: era il 2006, ero andata al cinema a vedere La stella che non c’è, diretto da Gianni Amelio e liberamente tratto, avrei scoperto dopo, dal romanzo La dismissione di Ermanno Rea. Il film è ambientato in Cina, con protagonista Sergio Castellitto che insegue un altoforno italiano in dismissione e venduto a degli industriali cinesi.
Vent’anni dopo, quando penso alle piattaforme social - nessuna esclusa, nemmeno quelle che non vogliono definirsi tali - penso a un altoforno: sempre in funzione, continuamente alimentato dalla creazione di contenuti. Solo il passaggio attraverso l’altoforno social trasforma una serie di elementi allo stato più o meno grezzo in materia finita, singola pezzo di un’unità che di unico ha veramente poco.
La narrazione diffusa è che se un argomento ti appassiona, allora perché non provarci ad avviare quel canale YouTube, aprire quell’account Instagram, o scrivere quella newsletter; che la passione è il modo sia per dimostrare la propria conoscenza su qualcosa, senza alcuna tediosa pretesa accademica, sia benzina bastevole ad alimentare il motore, in una sorta di moto perpetuo per cui una persona appassionata ha sempre qualcosa da dire, o da scrivere, in merito all’argomento che ha scelto. Un tempo ci credevo anche io, poi ho smesso: non perché ero giovane e con più ideali, non perché avessi più tempo a disposizione. La verità è che essere un’operaia dell’altoforno non mi piace.
Per una persona come me, che viene a conoscenza delle cose in modo random e a cui piace lasciarsi trasportare dalle scoperte che fa, la creazione di contenuti è l’ennesima gabbia in cui incastrare qualcosa. Inoltre, trovo che dare questi contenuti in pasto a una newsletter, a un post sui social, o a un video su YouTube, non lasci spazio alla sedimentazione: né da parte di chi il contenuto lo crea, né da parte di chi il contenuto lo fruisce. E questo - detto senza remore alcuna - diventa solo una gran perdita di tempo.
Aggiungo poi una nota puramente personale: non sono fatta solo dei fumetti che leggo. Sono fatta di interesse per il teatro, per il cinema, per la fotografia, per la poesia, per qualcosa che probabilmente ancora non conosco. Ci sono periodi in cui vorrei parlare solo dei libri di narrativa che leggo, altri in cui decido di approfondire temi di antropologia, e altri ancora in cui mi interessa solo il prossimo fondotinta che vorrei provare. Eccomi qua: incredibile, no?
Dove vuoi arrivare, quindi?
L’ultimo numero inviato nel 2024 mi ha lasciata con un groviglio: avevo delle idee molto precise sugli argomenti che avrei voluto affrontare in almeno due pubblicazioni successive, ma non riuscivo a raccogliere abbastanza informazioni per costruire un buon discorso.
Non posso dire che il groviglio si sia sciolto del tutto; posso però rasserenarmi sul fatto che non c’è un modo predefinito di fare le cose, nonostante l’altoforno sempre in funzione. Non interromperò Plutocratica Sicumera perché amo molto questo progettino, ed è sotto questo cappello che cerco di dare una forma agli approfondimenti sul fumetto che desidero. Ma, anziché rincorrere la continuità a ogni costo, preferisco fare come mi pare e far uscire un numero quando ho qualcosa da dire e abbastanza materiale per farlo.
Il 2025 è stato un anno faticoso, durante il quale ho smarrito dei riferimenti - luoghi, persone, animali - che consideravo parte integrante della mia identità di persona in relazione con il mondo. Ridefinire certi concetti e certi modi sarà una sfida, ma almeno non mi mancheranno i fumetti.
Il titolo di questo numero è una citazione dal film La classe operaia va in paradiso diretto da Elio Petri (1971).


Grazie per questo numero di newsletter, ti leggo sempre volentieri! Abbasso gli altiforni!